di Anna Angelucci
Jennifer Jacquet,
Fioriti Editore,
Roma 2022,
pp. 163, euro 18.
Questo libro, brillantemente sovversivo e spiritoso, mette a nudo le tecniche di manipolazione e disinformazione che mantengono i ricchi e i potenti ricchi e potenti. È un manuale che vi mostra tutti i loro trucchi, con esempi funzionanti. Se volete essere un vile e avido capitalista, questo libro vi sarà di grande aiuto. E se volete identificare i vili capitalisti avidi, questo libro vi mostrerà come riconoscerli.
Brian Eno
Il commento del noto musicista britannico sintetizza con efficace chiarezza il contenuto di questo libro, un prontuario di strategie, azioni, operazioni senza scrupoli messe a punto dalle aziende per vendere le merci ed ottimizzare i profitti contro qualunque ostacolo al successo delle loro iniziative commerciali.
Tagliare i salari? Delocalizzare la produzione nei paesi con meno regolamenti e con un minor costo del lavoro? Utilizzare paradisi fiscali offshore come sede legale per non pagare le tasse? Condurre operazioni di fusione e acquisizione tagliando migliaia di posti di lavoro? Cooptare politici e istituzioni -con lobbying e corruzione – per ottenere legislazioni e norme favorevoli agli interessi delle grandi concentrazioni aziendali? Tutto questo, e molto altro, è ormai ben noto anche agli occhi dell’opinione pubblica. Quello che non si conosce è piuttosto il lavorìo sporco che le aziende conducono sottobanco per nasconderci i problemi, gli effetti collaterali, i rischi, i danni potenziali o conclamati dei prodotti che ci vendono, ad ogni costo.
La prima cosa da fare, per fare un muccio di soldi nel mondo aziendale, è negare la scienza e vendere menzogne. E qui comincia l’attenta disanima dell’autrice, docente del Center for Data Science e della Stern School of Business della NY University, che spiega per filo e per segno in cosa consista il potente arsenale di cui dispongono le corporation: “Una rete di avvocati, giornalisti, esperti, accademici, società di pubbliche relazioni, think tank, organizzazioni non profit e associazioni di categoria. L’arsenale viene impiegato nella strategia a quattro punte: 1) contestare il problema; 2) contestare la causa; 3) contestare il messaggero e 4) contestare la politica”. Mette appena conto riflettere sulla paradossale inattualità del quarto obiettivo strategico: una politica che difenda i diritti dei cittadini, non assimilandoli a consumatori sacrificabili, e che ostacoli la ricerca del profitto ad ogni costo, ormai – nel capitalismo globalizzato del XXI secolo – non esiste più.
Se l’obiettivo è manipolare gli standard di evidenza scientifica per garantire il successo di qualunque operazione commerciale, le aziende reclutano esperti universitari poiché, “accanto ai militari, gli scienziati sono tra le voci più attendibili della società, percepiti con una fiducia molto maggiore rispetto ai dirigenti d’azienda, al governo nazionale o ai media”. Del resto, accademici e ricercatori con poco pelo sullo stomaco e a loro agio “con l’incoerenza o persino con l’ipocrisia” e che soprattutto vogliano arrotondare i loro entroiti, non mancano davvero. “Un’azienda produttrice di bibite può assumere esperti per cercare cause di obesità diverse dalla dieta. L’industria del tabacco potrebbe assumere esperti per esaminare il ruolo dei geni o dello stress come cause del cancro. Un produttore di sostanze chimiche potrebbe essere felice di finanziare uno studio che scopre che i pesticidi sono solo uno dei molti fattori che possono contribuire alla distruzione delle colonie delle api.”
Fondamentale per il successo di ogni operazione commerciale è mettere a punto una comunicazione strategica. Oggi, il panorama dei media digitali offre opzioni illimitate per plasmare la percezione pubblica, ad ogni livello generazionale. Ma non dimentichiamo che, per un pubblico culturalmente più attrezzato, “le relazioni finanziate dall’industria possono essere formattate in modo da sembrare articoli di prestigiose riviste scientifiche. Con gli strumenti digitali, aggirare gli ostacoli del processo di peer-review associato ai progressi scientifici non è mai stato così facile. Uno studio su oltre 40.000 articoli online ha rilevato che le posizioni che negano il cambiamento climatico sono due volte più diffuse sui media digitali rispetto a quelle convenzionali, e che è più probabile che vi compaiano i contrari al cambiamento climatico rispetto agli scienziati che riflettono la posizione di consenso.”
Contestare il problema o negarlo del tutto, è un’altra strategia efficace. Uno studio scientifico suggerisce l’esistenza di un problema? Forse sì, forse no… Se esite un problema è molto complesso… Ci sono molte domande senza risposta… Eccetera, eccetera. Un modo perfetto per disinnescare il problema è agire sul linguaggio. Vuoi far sparire il problema che minaccia il tuo business? Cambia le parole. ‘Cambiamento climatico’ suona molto meno spaventoso di ‘riscaldamento globale’; ‘biosolidi’ è più accettabile di ‘fanghi tossici’. Resilienza suona quasi musicale, anche se implica l’essere sottoposti a grande stress. Oggi potremmo dire che l’invito alla ‘preparedness’ che accompagna l’illegittimo piano di riarmo europeo sembra quasi auspicabile, benché l’Oxford Dictionary ci spieghi che significa “a state of readiness, especially for war”.
Contestare il nesso di casualità tra un prodotto o un metodo di produzione aziendale e un problema di qualunque tipo è un’ottima strategia difensiva. Del resto, se pure due cose si verificano contemporaneamente non significa che siano correlate. Pesticidi, sigarette, carne rossa, gas di scarico, emissioni, prodotti chimici: nessuna certezza scientifica che dimostri inequivocabilmente le loro dirette responsabilità sulla nostra salute.
Poi c’è la svalutazione, la diffamazione, l’intimidazione degli esperti. Accuse di cattiva condotta scientifica, accuse di pregiudizio, accuse di allarmismo, accuse di menzogna, accuse d’incompetenza, accuse di secondi fini, attacchi ad personam: se pensiamo alle vicende degli ultimi anni, dalla questione pandemica e vaccinale, alla guerra in Ucraina e al genocidio in Palestina, possiamo dire che il libro di Jacquet ci si offre come un perfetto manuale di storia contemporanea. Lo stile ironico del libro, pensato come un breviario per capitani d’azienda e corredato di esempi chiarificatori che testimoniano il successo degli inganni perpetrati, suscita l’agghiacciante consapevolezza della “banalità del male”: le tecniche di manipolazione e falsificazione della realtà attraverso il controllo e la propaganda sono sempre le stesse, riciclate costantemente nel corso dei decenni. Elencarle, descriverle, evidenziarle, denunciarle, come fa Jacquet nelle pagine di questo libro, può essere tanto inutile quanto doveroso per chiunque creda ancora nella possibilità di un argine culturale e politico ad un modello necrofilo di produzione e consumo.
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