di Anna Angelucci
“Pnrr. La grande abbuffata” è il titolo dell’ultimo libro degli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti (Feltrinelli, 2023), che analizzano, in uno stringente pamphlet dal linguaggio semplice e divulgativo, difetti e limiti del programma di investimenti – il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – adottato dai Governi italiani a partire dal 2021 per far fronte alla crisi economica generata dalla pandemia.
Una lettura interessante per chiunque sia interessato alle sorti del nostro Paese, soprattutto rispetto al futuro delle giovani generazioni, già gravate da un debito pubblico esorbitante a cui il Pnrr aggiunge un carico ulteriore senza garantire la soluzione degli annosi problemi strutturali che ormai ci paralizzano. Una lettura interessante non solo per la chiarezza delle cifre che snocciola e delle critiche puntuali alle diverse ‘missioni’ di cui si compone il Piano, ma perché svela senza infingimenti il cinismo di una classe dirigente di politici e tecnici che, indifferentemente e trasversalmente a qualunque collocazione politica e rifiutando ogni confronto democratico con la società civile, non si fa scrupolo di maneggiare centinaia di miliardi di euro di finanziamenti pubblici senza aver chiaro come e dove investirli proficuamente per lo Stato, senza un progetto a lungo termine che ne preveda gli sviluppi in termini di costi e benefici per la collettività, senza una programmazione rigorosa che agisca sugli effettivi nodi critici del nostro sistema economico e sociale e sui nostri bisogni reali di cittadini.
Un cinismo sconcertante, malamente dissimulato dall’insopportabile retorica con cui i decisori politici e i media mainstream ci vendono quotidianamente “le magnifiche sorti e progressive” del Pnrr in tutti i settori della vita pubblica, di cui la scuola rappresenta, emblematicamente, una testimonianza esemplare. Numerose, infatti, sono le pagine che Boeri e Perotti dedicano alla missione 4 del Piano, quella destinata a istruzione e ricerca, soffermandosi in particolare sulle azioni previste per le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado all’insegna di un’unica parola d’ordine, cogente e vincolante: digitalizzazione.
Pagine che ogni dirigente scolastico e ogni docente dovrebbe leggere con attenzione.
“Oltre un terzo degli stanziamenti previsti dal Pnrr per potenziare l’offerta di istruzione riguarda progetti di digitalizzazione e informatizzazione della scuola” (p.75). Sono circa 6 miliardi di euro, per finanziare la “didattica digitale integrata”, la “transizione digitale del personale scolastico”, le “nuove competenze e i nuovi linguaggi”, “nuove aule didattiche e laboratori” (le cosiddette Next Generation Classrooms e i Next Generation Labs): cose in parte già realizzate da tempo nelle scuole, lo sappiamo bene, come la dematerializzazione di tutte le procedure burocratiche e amministrative, l’introduzione del registro elettronico, l’installazione dei computer nelle aule, la diffusione delle lavagne interattive multimediali, il potenziamento dei laboratori informatici, l’inserimento degli animatori e dei team digitali; e cose in parte già sperimentate e fortunatamente archiviate, come la didattica digitale integrata dei brutti tempi della pandemia, i cui esiti sugli apprendimenti degli studenti, e anche questo lo sappiamo bene, sono stati semplicemente disastrosi, in quantità e qualità.
Cos’altro dobbiamo comprare con il fiume di denaro del Pnrr che le scuole non abbiano già, mentre invece mancano i soldi per tenerle aperte il pomeriggio, per pagare le attività aggiuntive dei docenti e del personale, per fare corsi di recupero e di approfondimento, per portare gli studenti a vedere una mostra o uno spettacolo teatrale? Un fiume di denaro che oltretutto, come spiegano i due Autori, dovremo in gran parte restituire! È accettabile che si acquistino lavagne touchscreen per decine di migliaia di euro quando abbiamo ancora LIM perfettamente funzionanti? È accettabile che si stipino gli armadietti di ulteriori tablet e PC inutilizzati perché superflui quando in classe mancano i termosifoni, porte e finestre non si chiudono e crollano pavimenti e controsoffitti? E infine, è accettabile che si insista sui vantaggi formativi di strumenti digitali che hanno già ampiamente mostrato i loro effetti deleteri a livello cognitivo e metacognitivo?
La verità è che “sulla Scuola 4.0 si è scatenato un turbinio di voli pindarici: retorica bella e buona e – in molti casi – aria fritta” (p. 78).
Esattamente, aria fritta, fuffa, paroliberismo senza alcun fondamento logico e scientifico. Una “esibizione di linguaggio tecnologicamente all’avanguardia” che, evocando intelligenza artificiale, reti neurali, smart-technologies, pensiero computazionale, robotica, metaverso e eduverso fin dalla scuola primaria, non di rado sfocia nel ridicolo ma che al contempo desta una duplice, serissima preoccupazione: non solo non esiste una letteratura scientifica che dimostri la maggiore efficacia didattica degli strumenti digitali ma, al contrario, abbiamo una letteratura scientifica internazionale che dimostra esattamente il contrario, dai neuroscienziati Manfred Spitzer e Susan Greenfield solo per citare i più famosi, fino al recentissimo report di Mark West et al., appena pubblicato sul sito dell’Unesco, dal titolo “An ed tech tragedy? Educational technologies and school enclosures in the time of Covid-19”, che, attraverso una disamina rigorosa, ampia e coraggiosa delle esperienze incentrate sul digitale a livello globale durante la chiusura delle scuole, mette in discussione la narrazione dominante sulla funzione salvifica della tecnologia informatica nell’apprendimento scolastico.
In Italia, ci dicono Boeri e Perotti, “l’ossessione a digitalizzare la scuola è stata assunta a dogma senza alcuna riflessione critica […]. Semplicemente c’erano tanti soldi e bisognava spenderli in fretta e la digitalizzazione va di moda: perché non buttare 2 miliardi anche per le aule scolastiche? […] È un classico caso di “prendiamo i soldi, penseremo dopo a come spenderli esattamente, intanto facciamo circolare un po’ di fuffa” (pp. 81 e 84). È sotto gli occhi di tutti, ed è una cosa gravissima. Ed è gravissimo che dalle aule universitarie di Scienze della Formazione di tutta Italia non si sia levata la voce critica dei pedagogisti, formatori dei futuri insegnanti di scuola, evidentemente più interessati a blandire che a mettere in discussione le scelte sbagliate dei decisori politici.
Nella scuola, però, non tutti i docenti hanno rinunciato alla loro funzione riflessiva. La circolare di novembre del 2022 del ministro Valditara, che divulgava gli esiti dell’indagine commissionata dalla VII Commissione del Senato sul digitale a scuola mettendone in evidenza tutti gli aspetti negativi, per molti di noi non è passata invano. Allarmati dall’accelerazione della coazione al digitale nelle nostre scuole, abbiamo studiato con attenzione il Pnrr, abbiamo riflettuto con rigore sulla missione 4 – istruzione e ricerca, abbiamo rilevato e denunciato tutte le incongruenze e le criticità messe così bene in evidenza in questo libro. Coraggiosi organi collegiali di alcune scuole, primo fra tutti il Liceo Albertelli di Roma, in sinergia con studenti e genitori, hanno rifiutato di approvare inutili e dispendiosi progetti digitali finanziati coi fondi del Pnrr ma, invece di essere ascoltati dal Ministro e dalle istituzioni nelle loro puntuali argomentazioni critiche, sono stati attaccati, stigmatizzati, osteggiati, criminalizzati. Lo scorso 11 novembre si è svolto a Roma un convegno nazionale su questo tema (organizzato dall’Associazione nazionale “Per la scuola della Repubblica” -odv, dai gruppi ALaS e Assemblea Scuola Pubblica) ed è stato lanciato l’Osservatorio sulla digitalizzazione delle scuole, con il compito di raccogliere informazioni e di sollecitare quel confronto democratico tra docenti, genitori e studenti e decisori politici di cui rivendichiamo l’assoluta necessità e denunciamo la grave mancanza.
Per concludere, due ulteriori elementi di riflessione, per gli autori del libro, per gli insegnanti e per tutti i cittadini interessati ad una questione tanto cruciale: l’imposizione del digitale a scuola risponde a precisi interessi economici, non culturali, non didattici, non pedagogici. Sono le grandi multinazionali dell’informatica che, avendo individuato nella scuola una nuova e lucrosa fetta di mercato, spingono per l’adozione dei loro prodotti hardware e software, e lo fanno attraverso un’intensa attività di lobbying a livello nazionale e internazionale, attraverso la manipolazione mediatica dell’opinione pubblica, attraverso il controllo delle organizzazioni corporative, delle associazioni professionali, dell’accademia, dell’università, e attraverso una complicità diffusa nella marginalizzazione del dissenso. Non è un caso che le voci critiche nei confronti di questo processo tanto dispendioso quanto deleterio siano così esigue e così soffocate.
E infine: l’imposizione del digitale a scuola non ha soltanto gravi implicazioni economiche. Al netto della distinzione tra l’uso di dispositivi digitali a logica proprietaria e estrattiva e l’uso di dispositivi digitali conviviali e cooperativi e dei differenti approcci didattici che ne derivano, il vero problema, come abbiamo scritto con Giovanni Barracco nel nostro articolo sul rapporto fra infrastruttura digitale e scuola (qui), è che “nei decenni di consolidamento sul mercato, nel lavoro e nel tempo libero, le tecnologie, applicate capillarmente, modificheranno di fatto le strutture neurocognitive degli studenti, rendendo infine possibile, anzi necessario, il passaggio da un sistema di istruzione ad un altro, da un modello in cui l’uomo era il fine ad uno in cui l’uomo è un mezzo. Sulla bontà di questa operazione si può discutere ma quel che è necessario è, quantomeno, interrogarsi sulla sua necessità e avere contezza della posta in gioco”.
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