Negli ultimi anni, abbiamo assistito alla “corsa all’oro” delle diagnosi di ADHD. In alcuni paesi l’aumento delle diagnosi sono aumentate del 77% (come ad esempio avvenuto per i bambini in Germania), e per trattarlo sono state spesso prescritte terapie farmacologiche. Tutto ciò, partendo dall’assunto secondo cui l’ADHD non sia altro che un “disturbo del cervello“, da attaccare e contenere farmacologicamente. Ma se ciò non fosse necessariamente vero?
L’articolo Reevaluating ADHD and Its First-Line Treatment: Insights from DSM-5-TR and Modern Approaches (Rivalutare l’ADHD e il suo trattamento di prima linea: approfondimenti dal DSM-5-TR e approcci moderni) di Yaakov Ophir, pubblicato su Clinical Neuropsychiatry, analizzando l’ultima edizione del manuale psichiatrico di riferimento (il DSM-5-TR) insieme ad altre fonti autorevoli (edizioni precedenti del DSM, dichiarazioni di consenso e comunicazioni della FDA), mette in discussione l’opinione comunemente accettata sulla questione. Il DSM-5-TR sostiene infatti che “nessun biomarcatore è diagnostico per l’ADHD” e che “le metanalisi di tutti gli studi di neuroimaging non mostrano differenze significative tra individui con ADHD e soggetti di controllo”. Di conseguenza, gli autori del DSM-5-TR concludono che “fino a quando queste problematiche non saranno risolte, nessuna forma di neuroimaging può essere utilizzata per diagnosticare l’ADHD”.
Finora la terapia farmacologica è stata la risposta preferita dai medici alle diagnosi di ADHD. Eppure, il DSM-5-TR riconosce che il loro uso possa far insorgere quello che è stato denominato un “disturbo neurocognitivo lieve indotto da stimolanti“. Questa novità è in linea con una recente comunicazione della FDA che riguarda “tutti gli stimolanti su prescrizione” e solleva preoccupazioni di lunga data sull’affidabilità di questi farmaci, prescritti a milioni di persone, principalmente a bambini. La FDA ora richiede che sulla confezione vengano propriamente descritti i rischi che un loro uso inappropriato può provocare, come dipendenza, overdose e anche la morte.
Di fronte a queste criticità, l’articolo di Ophir propone un’alternativa orientata alla neurodiversità. Attraverso principi evolutivi e considerazioni di carattere storico, Ophir sostiene che la maggior parte dei casi di ADHD rientri nella categoria socio-filosofica del DSM delle “conflittualità tra individuo e società” (analogamente all’omosessualità, rimossa dal DSM solo nel 1973) e che, di conseguenza, non debba essere considerato un “disturbo del cervello”.
Oltre all’articolo di Ophir, l’ultimo numero di Clinical Neuropsychiatry, disponibile in open access, annovera anche altre interessanti proposte come:
- Alexithymia: A Defense of the Original Conceptualization of the Construct and a Critique of the Attention-Appraisal Model (Alessitimia: una difesa della concettualizzazione originale e una critica al modello di attenzione-valutazione) di Graeme J. Taylor, Piero Porcelli e R. Michael Bagby
- Psychopathological Correlates and Psychosocial Functioning in Children and Adolescents with Syncope: A Systematic Review (Correlati psicopatologici e funzionamento psicosociale in bambini e adolescenti con sincope: una revisione sistematica) di Gaia Cuzzocrea et al.
- The Association of Genetic Polymorphisms and Atypical Depression in Adults: A Systematic Review (L’associazione di polimorfismi genetici e depressione atipica negli adulti: una revisione sistematica) di Aysylu Galiautdinova et al.
- Effects of Approved Pharmacological Interventions for Insomnia on Mood Disorders: A Systematic Review (Effetti delle terapie farmacologiche approvate per l’insonnia sui disturbi dell’umore: una revisione sistematica) di Laura Palagini et al.
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The Role of Safety in Change-Promoting Therapeutic Relationships: An Integrative Relational Approach(Il ruolo della sicurezza nelle relazioni terapeutiche che promuovono il cambiamento: un approccio relazionale integrativo) di Martin Podolan and Omar C. G. Gelo
- The Therapeutic Relationship in Videoconferencing Psychotherapy: A Qualitative Study of Therapists’ Experiences (La relazione terapeutica nella psicoterapia in videoconferenza: uno studio qualitativo sulle esperienze dei terapeuti) di Gloria Lagetto et al.
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